IL MANIFESTO DELLA CUCINA FUTURISTA

Il Futurismo fu, in tutti i campi della produzione artistica, una vera e propria scossa vitale, un richiamo forte al dinamismo e al culto della modernità, che veniva contrapposta al tradizionalismo e ai legami con un passato verso cui i futuristi erano sempre più critici e insofferenti. Durante i primi decenni del secolo XIX l’estetica futurista debordò dal dominio dell’arte propriamente intesa, andando via via ad interessare i campi più disparati: tra i vari Manifesti pubblicati nei primi decenni del Novecento, un posto particolare spetta al Manifesto della Cucina Futurista.
Pubblicato per la prima volta sulla “Gazzetta del Popolo” il 28 agosto 1930 ebbe la consueta risonanza e l’altrettanto usuale accompagnamento di polemiche e scontri verbali: auspicava infatti l’abolizione della pastasciutta (“assurda religione gastronomica italiana”)  a favore di un’alimentazione basata su “bocconi simultaneisti e cangianti”, adatti ad una vita che si faceva sempre più aerea e veloce. Dal punto di vista economico poi, in un’epoca in cui si addensavano le ombre di un nuovo conflitto mondiale e l’autarchia era un concreto obiettivo, l’abbandono della pasta avrebbe liberato il paese dalla dipendenza dal grano importato, a favore dell’industria tutta tricolore del riso.
Marinetti arriva persino ad esortare la chimica a scoprire pillole, composti e ritrovati che potessero nutrire il corpo umano e che liberassero l’uomo dai piaceri del palato.
Se nemmeno il Manifesto della cucina futurista riuscì a scalfire il primato assoluto della pasta nella cucina italiana, va detto che esso fu quasi precursore dell’introduzione di additivi per i cibi e strumenti tecnologici in cucina, nonché di una certa estetica artistica applicata alla presentazione dei piatti.
Scarica la versione integrale del Manifesto della Cucina Futurista.

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